Il dialogo
“Cosa vuoi fare?”
mi chiede.
È una bambina –
non l'ho vista
né sentita arrivare,
l'ho soltanto
trovata
qui a fare
domande.
“Cosa vuoi fare?”
ripete,
ed io rabbrividisco –
a parlare
mi sembra
d'esser come io
ma tanti anni fa,
com'ero quando avevo
anch'io quell'età.
“Cosa vuoi fare?”
e tanto per risposta
mi ritrovo a balbettare
qualcosa.
Lei sembra
non sentire,
o forse
non è questo
che vuol sentirsi dire.
“Ma il tuo nome qual è,
e chi ti manda a me,
e perchè?”
chiederle vorrei,
ma lei
già più non c'è –
dov'era è solo brezza,
nulla più tradisce la sua presenza,
come non ci fosse stata mai.
E forse era proprio
quella parte perduta
di me –
venuta
a farmi pensare
alle scelte da fare
e sparita
senz'aver saputo
cosa davvero m'aspetto dalla vita.
Susanna Contadin
13 maggio 2009
Una sera di maggio nel 2009, alla fine del rosario, mi accadde un fatto stranissimo. Una bambina, invece di andare a giocare con gli altri, fermò me e dopo le domande di rito su nome, età, ecc. mi pose inaspettatamente questa: "Cosa vuoi fare?". Ed io, all'epoca imprigionata in un periodo alquanto confuso della mia esistenza, mi sono accorta di non saperle rispondere. Un po' stranita, col passare del tempo ho poi interpretato questo evento come un segno del destino venuto in forma umana a farmi riflettere su quel che cercavo veramente nella vita.
Nella poesia la domanda è ripetuta per tre volte all'inizio di altrettante strofe, come un pensiero fisso che si ripropone periodicamente. La bambina, né vista né sentita arrivare, è un po' come un'inquietante apparizione e alla fine sembra scomparire nel nulla, resta solo la brezza come segno della sua presenza, diventa quasi un'immaginazione come non ci fosse stata mai. In un finale rovesciamento di prospettive sono io a volerle fare delle domande per identificarla, forse perché fa rabbrividire il vederla come una proiezione di sé - quella parte perduta di me che se n'è andata, irrecuperabile come il tempo, senza avere risposte certe.