– Lamento di una sacerdotessa per il suo perduto amore –
“Torna la tempesta
come la marea,
ma più non torna quella
che ti ha portato via –
Mi stavi raggiungendo,
adesso, invece, amato mio,
a trovarti sarò io –
Presto anche ai giorni miei
la luce mancherà –
Mio epitaffio sia il tuo nome
e tuo il nome mio,
come se mai finisse
questo nostro lungo addio”
Susanna Contadin
20 aprile 2009
Si tratta di un poemetto a tema mitologico sull'amore perduto. A parlare, attraverso quattro brevi pensieri giustapposti, è Ero, sacerdotessa di Afrodite innamorata di Leandro. Inizia contrapponendo alcuni eventi destinati a ripresentarsi nel tempo (la tempesta, la marea) all'irripetibilità della vita: Leandro, infatti, è appena morto tra i flutti in una notte di tempesta. Continua poi soffermandosi sulla necessità di un incontro con l'amato: egli stava infatti attraversando a nuoto, come ogni sera, lo stretto ellespontino per raggiungerla. Ero, disperata, sceglie allora la morte come unica via per ritrovare il suo amore perduto e la diminuzione sillabica dei versi (4-3-2) dal primo al terzo dei suoi pensieri sembra quasi accompagnarla nel suo allontanarsi dalla vita. Inoltre, il riferimento alla luce che le verrà meno rimanda alle circostanze della morte di Leandro: lo spegnersi della lucerna che avrebbe dovuto guidarlo alla costa. Conclude infine con parole che legano per sempre entrambi al ricordo eterno l'uno dell'altra.
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