– Lamento di una driade –
I.
“Dal mio cuore nasce un pianto,
ma nessuno consolarlo saprà...
La mia anima effonde un canto
a cui nessuno risponder potrà
“Mio sommesso pianto,
nessun sole ti asciugherà...
Mio triste canto,
nessun vento ti diffonderà
II.
“Il mio canto è il mio dolore,
non dà gioia, non delizia...
È il tormento del mio cuore
che dà voce alla mia mestizia
“Mio profondo dolore,
invano invochi giustizia...
Mio angosciato cuore,
non conosci più letizia
III.
“Il mio cuore l'impossibile cercò,
per questo di nulla goder poté...
Vaga tristezza di me s'impossessò,
un cupo dolore su di me si abbatté
IV.
“Il mio dolore mi colse un mattino,
era di maggio, dolce e crudele...
Aveva sguardi d'amore, riflessi di rubino,
sapeva di more, mandorle e mele
V.
“Era l'amore che la mente sconvolge,
era il meriggio che il cuore accende...
Era la forza che il cosmo rivolge,
un nuovo sole che perenne splende
VI.
“Ma un pallido sole, ahimè, una sera
con sé portò, al tramonto, ogni emozione...
Di quel caro amore nulla più c'era,
sola io rimasi con la mia illusione”
VII.
Così la driade il suo perduto amor cantò.
Un ultimo sguardo al lontano mar...
E poi al silenzio dei suoi boschi tornò
per farsi dal pianto degli olmi cullar.
Susanna Contadin
27 giugno 2006
Ho immaginato una ninfa dei boschi che racconta in prima persona la sua illusione d'amore e usa per ogni strofa degli elementi che, ripresi nella successiva, collegano i vari "capitoli" della storia. Tali rimandi costituiscono una sorta di riassunto del suo lamento: si tratta del canto di dolore di un cuore per un amore che ha portato dapprima il sole, poi il pianto nella sua vita. In particolare, il concetto di pianto apre e chiude il poemetto conferendogli una struttura circolare: è come se non ci fosse via d'uscita dal dolore, un effetto che sarebbe venuto meno mantenendo la prima stesura, in cui l'ultimo verso suonava "per farsi dal vento tra gli olmi cullar". Inoltre, la suddivisione in sette parti richiama la scansione settimanale del tempo, come se ogni singolo giorno fosse percorso dal dolore: da qui il titolo.
Le strofe I-II fungono da introduzione e si soffermano sugli stati d'animo della driade abbandonata: tristezza, sofferenza e un desiderio di vendetta che si spegne in una rassegnata disperazione. Con la strofa III inizia una sintesi della vicenda a partire dalla sua origine: un amore impossibile, che nella sezione IV viene localizzato nel tempo - un mattino di maggio tanto dolce nelle sue promesse quanto crudele nel deluderle - e descritto attraverso colori (rubino) e sapori (more, mandorle, mele) che, complice la melodiosa allitterazione, evocano un idilliaco mondo fatato. Nella parte V si insinua la consapevolezza delle conseguenze dell'amore, visto come una travolgente forza cosmica responsabile di un totale sconvolgimento interiore. La strofa VI mette in chiaro che si tratta solo di un'illusione: l'avversativo "Ma" in apertura contrasta con forza con quanto detto finora e l'immagine del sole, che prima splendeva perenne ed è ora pallido, sottolinea con il passaggio da mattino a tramonto l'idea di un amore che finisce, portando la ninfa alla solitudine e all'isolamento suggeriti dalla sezione VII.
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