mercoledì 12 agosto 2020

#5 Ad un poeta triste

Ad un poeta triste

Belle le tue parole e dolci
scorrono – fiumi malinconici –
nell'anima.
Sono belle, ma meno
lo sarebbero
se le confrontassi col tuo sguardo,
profondo più di oceani.

Dicono i tuoi occhi
oltre quel che dice
il cerchio del tuo dire.
Amo le tue parole,
ma più amo
il tuo sguardo
che schiude mondi infiniti.

Susanna Contadin
23 aprile 2009


Il componimento è centrato sulla contrapposizione tra detto e immaginato - tra parole e sguardo: le prime, richiamate dal ricorrere di termini legati al discorso (dicono, dice, dire), creano un universo vario ma comunque ristretto (cerchio); il secondo, invece, è in grado di andare oltre, dando origine a mondi infiniti. La stessa differenza è resa dalle immagini di fiumi e oceani: come fiumi, le parole scorrono - espletano la loro funzione e passano; come oceani, uno sguardo rimane in tutta la profondità di un'emozione. 

#4 Antico desiderio di poetica immortalità

Antico desiderio di poetica immortalità

O dolce aedo
del cercato amore,
come vorrei essere
io
la parola che nasce
nel tuo pensiero e sul tuo labbro!

Vorrei che a risuonare
nel tuo canto
fosse il nome mio:
lo renderesti più bello, più vero,
e come il mare
eterno.

Susanna Contadin
22 aprile 2009


Sono speranzosi versi d'invocazione ad un cantore dell'amore sognato ed esprimono il desiderio di essere la sua fonte d'ispirazione, per poter godere della bellezza, verità ed eternità che solo la poesia può assicurare. 

martedì 11 agosto 2020

#3 Ero e Leandro

Ero e Leandro
– Lamento di una sacerdotessa per il suo perduto amore –

“Torna la tempesta
come la marea,
ma più non torna quella
che ti ha portato via –
Mi stavi raggiungendo,
adesso, invece, amato mio,
a trovarti sarò io –
Presto anche ai giorni miei
la luce mancherà –
Mio epitaffio sia il tuo nome
e tuo il nome mio,
come se mai finisse
questo nostro lungo addio”

Susanna Contadin
20 aprile 2009


Si tratta di un poemetto a tema mitologico sull'amore perduto. A parlare, attraverso quattro brevi pensieri giustapposti, è Ero, sacerdotessa di Afrodite innamorata di Leandro. Inizia contrapponendo alcuni eventi destinati a ripresentarsi nel tempo (la tempesta, la marea) all'irripetibilità della vita: Leandro, infatti, è appena morto tra i flutti in una notte di tempesta. Continua poi soffermandosi sulla necessità di un incontro con l'amato: egli stava infatti attraversando a nuoto, come ogni sera, lo stretto ellespontino per raggiungerla. Ero, disperata, sceglie allora la morte come unica via per ritrovare il suo amore perduto e la diminuzione sillabica dei versi (4-3-2) dal primo al terzo dei suoi pensieri sembra quasi accompagnarla nel suo allontanarsi dalla vita. Inoltre, il riferimento alla luce che le verrà meno rimanda alle circostanze della morte di Leandro: lo spegnersi della lucerna che avrebbe dovuto guidarlo alla costa. Conclude infine con parole che legano per sempre entrambi al ricordo eterno l'uno dell'altra. 

lunedì 10 agosto 2020

#2 La principessa e il prigioniero

La principessa e il prigioniero

I.

“Lascia che il mio pensiero
passi come un sogno
sui tuoi occhi chiusi...
Mi sembrerà di immaginare
le terre lontane – 
sconfinate – 
che devono aver veduto
prima che il tuo mondo
si chiudesse in questa cella.

II.

“Lascia che il mio pensiero
sfiori come un soffio
le tue labbra serrate...
Mi sembrerà di sentire
le parole sconosciute – 
misteriose – 
che devono aver pronunciato
prima che questo silenzio
ne soffocasse l'alta armonia.

III.

“Lascia che il mio pensiero
giunga come una carezza
sulle tue mani incatenate...
Mi sembrerà di vivere
le battaglie sanguinose – 
vittoriose – 
che devono aver combattuto
prima che una sconfitta
le privasse della spada.

IV.

“Da quando, al tramonto,
ti condussero qui,
come i tuoi polsi
è in catene il mio cuore.
Quale incantesimo
nei tuoi sussurri che non capivo,
mentre venivi trascinato via?
I tuoi occhi come praterie
percorse da acquitrini.

V.

“Il vento sibilava fra le torri,
svelto echeggiò il mio passo nel castello.
Gracchiava il corvo e l'argentea luna
guidò i miei passi incerti alle segrete
dove il sonno ti colse, leggero.
Ed ecco, al tuo cospetto, o straniero,
io sono estranea a me stessa – 
un tuo sguardo, o prigioniero,
mi ha ridotta in schiavitù.

VI.

“Governavo popoli, ed ora
la mia stessa persona mi si ribella.
Ecco, ho sciolto i tuoi vincoli: inerti
cingono ormai solo le mie lacrime.
Ma tu adesso liberami, ti prego,
da questo sortilegio...
Liberami prima che sia giorno,
prima che la luce riveli
questo mio turbamento.”

Susanna Contadin
3 aprile 2009


È un poemetto dall'atmosfera medievale sull'amore come forza che scardina ogni certezza. Racconta la storia di una principessa che si innamora di un suo prigioniero, una situazione che è all'origine di un rovesciamento di prospettive: ad un certo punto è proprio la principessa a sentirsi prigioniera del suo sentimento, mentre l'amato - pur in catene - è associato ad immagini di libertà (terre sconfinate, praterie), come se fosse l'amore a toglierla e non la prigionia. 
Tutto il componimento è costruito su una serie di parallelismi e contrasti che allo stesso tempo avvicinano e contrappongono i due protagonisti. Nelle strofe I-II-III il pensiero della principessa è messo in relazione con coppie di elementi (sogno/occhi, soffio/labbra, carezza/mani) che a loro volta rimandano rispettivamente a paesaggi immaginati, a lingue sconosciute, a battaglie rievocate e quindi al senso della vista, dell'udito e del tatto. Alcuni termini sottolineano che l'amato è un prigioniero (chiusi, chiudesse, cella; serrate, silenzio, soffocasse; incatenate, sconfitta, privasse) e che si tratta di uno straniero (lontane, sconosciute, misteriose). Questi gruppi di parole contrastano con altre immagini: l'ambiente chiuso della cella con le terre sconfinate; il silenzio con l'armonia; la sconfitta con le battaglie vittoriose, enfatizzando la differenza tra il prima e il dopo nella vita dell'uomo. Dalla parte IV in avanti la principessa ripercorre la vicenda: con l'arrivo del prigioniero le loro condizioni si rovesciano, è lei a sentirsi estranea in presenza dello straniero, è il prigioniero a ridurla in schiavitù e a portarla dal controllo della situazione alla ribellione del cuore nei confronti della ragione. La figura dell'amato è tratteggiata attraverso alcuni elementi: polsi, sussurri, occhi, che richiamano a ritroso gli occhi, le labbra e le mani sfiorati prima nel pensiero dalla principessa. La sezione V ricrea l'atmosfera sinistra del castello (vento, torri, corvo, luna, segrete), con l'incedere della protagonista che si fa più incerto per l'emozione man mano che si avvicina al prigioniero. La strofa VI conclude il monologo interiore con la speranza che alla liberazione dell'amato dalle catene corrisponda la propria da un sentimento che la principessa vive con paura e smarrimento: lo vede infatti come un incantesimo, un sortilegio, una fonte di turbamento

venerdì 7 agosto 2020

#1 Il tempo del dolore

Il tempo del dolore
– Lamento di una driade –

I.

“Dal mio cuore nasce un pianto,
ma nessuno consolarlo saprà...
La mia anima effonde un canto
a cui nessuno risponder potrà

“Mio sommesso pianto,
nessun sole ti asciugherà...
Mio triste canto,
nessun vento ti diffonderà

II.

“Il mio canto è il mio dolore,
non dà gioia, non delizia...
È il tormento del mio cuore
che dà voce alla mia mestizia

“Mio profondo dolore,
invano invochi giustizia...
Mio angosciato cuore,
non conosci più letizia

III.

“Il mio cuore l'impossibile cercò,
per questo di nulla goder poté...
Vaga tristezza di me s'impossessò,
un cupo dolore su di me si abbatté

IV.

“Il mio dolore mi colse un mattino,
era di maggio, dolce e crudele...
Aveva sguardi d'amore, riflessi di rubino,
sapeva di more, mandorle e mele

V.

“Era l'amore che la mente sconvolge,
era il meriggio che il cuore accende...
Era la forza che il cosmo rivolge,
un nuovo sole che perenne splende

VI.

“Ma un pallido sole, ahimè, una sera
con sé portò, al tramonto, ogni emozione...
Di quel caro amore nulla più c'era,
sola io rimasi con la mia illusione”

VII.

Così la driade il suo perduto amor cantò.
Un ultimo sguardo al lontano mar...
E poi al silenzio dei suoi boschi tornò
per farsi dal pianto degli olmi cullar.

Susanna Contadin
27 giugno 2006


Ho immaginato una ninfa dei boschi che racconta in prima persona la sua illusione d'amore e usa per ogni strofa degli elementi che, ripresi nella successiva, collegano i vari "capitoli" della storia. Tali rimandi costituiscono una sorta di riassunto del suo lamento: si tratta del canto di dolore di un cuore per un amore che ha portato dapprima il sole, poi il pianto nella sua vita. In particolare, il concetto di pianto apre e chiude il poemetto conferendogli una struttura circolare: è come se non ci fosse via d'uscita dal dolore, un effetto che sarebbe venuto meno mantenendo la prima stesura, in cui l'ultimo verso suonava "per farsi dal vento tra gli olmi cullar". Inoltre, la suddivisione in sette parti richiama la scansione settimanale del tempo, come se ogni singolo giorno fosse percorso dal dolore: da qui il titolo.
Le strofe I-II fungono da introduzione e si soffermano sugli stati d'animo della driade abbandonata: tristezza, sofferenza e un desiderio di vendetta che si spegne in una rassegnata disperazione. Con la strofa III inizia una sintesi della vicenda a partire dalla sua origine: un amore impossibile, che nella sezione IV viene localizzato nel tempo - un mattino di maggio tanto dolce nelle sue promesse quanto crudele nel deluderle - e descritto attraverso colori (rubino) e sapori (more, mandorle, mele) che, complice la melodiosa allitterazione, evocano un idilliaco mondo fatato. Nella parte V si insinua la consapevolezza delle conseguenze dell'amore, visto come una travolgente forza cosmica responsabile di un totale sconvolgimento interiore. La strofa VI mette in chiaro che si tratta solo di un'illusione: l'avversativo "Ma" in apertura contrasta con forza con quanto detto finora e l'immagine del sole, che prima splendeva perenne ed è ora pallido, sottolinea con il passaggio da mattino a tramonto l'idea di un amore che finisce, portando la ninfa alla solitudine e all'isolamento suggeriti dalla sezione VII.

giovedì 6 agosto 2020

Poemetti, poesie libere e versi arcaizzanti

Questa sezione raggruppa alcune poesie lunghe suddivise in strofe che sviluppano un racconto, altre che non seguono schemi compositivi particolari e altre ancora caratterizzate dalla sperimentazione a livello stilistico o terminologico. I temi prevalenti sono la coesistenza di amore e dolore, la tristezza e il turbamento attenuati però a volte dalla speranza e una profonda riflessione su se stessi. Incontreremo figure appartenenti a diversi mondi: quello mitologico e fiabesco, quello della poesia - di chi la scrive e di chi la ispira - , quello di una quotidianità trasfigurata, ciascuno con un'emozione da offrire.

martedì 4 agosto 2020

#30 Sidus

Sidus

A chi vive il dolore nascosto
d'un amore non corrisposto

Tu per me sei come la pallida
stella lontana
che alta
posa la sera sui monti,
che muta
scruta la notte il mare e l'abisso,
che sa
del passare del vento,
che fugge
la fiamma dell'albe
ed ignora
anche l'orma della mia esistenza.

Susanna Contadin
27 giugno 2009


Un amore segreto è come una stella che, pallida, lontana, alta e muta, si pone nei nostri confronti con distanza e indifferenza e in uno sviluppo temporale che va dalla sera a prima dell'alba, passando per la notte, se ne resta ferma a vegliare per poi andarsene. Conosce i vari elementi, terra (monti), acqua (mare, abisso), aria (vento), fuoco (fiamma), ma non sa della nostra esistenza: di fronte ad un amore solo nostro ci sentiamo piccoli ed inutili come davanti all'immensità del mondo, di cui siamo parte senza che lo sappia.

lunedì 3 agosto 2020

#29 Aspettarti

Aspettarti

A chi, pur con dolore,
sempre nutre speranze d'amore

Aspettarti anche solo
passare,
anche sapendo
quanto farà male
esser sconosciuta ai tuoi occhi.

Non ho altro
che quest'attesa
per colmare i giorni e l'ore.
Vivere è questo eterno
aspettarti, o amore.

Susanna Contadin
25 giugno 2009


Certe sere d'estate è proprio questo che accadeva: seduta sui gradini davanti casa continuavo ad attendere, a sperare, a guardare da lontano quello che avrebbe potuto essere un amore, ma che passava senza lasciare altra traccia che la tristezza di non esserlo. Era l'attesa di quel momento, a suo modo magico anche se doloroso, a dare un senso al tempo, nella vana ma eterna speranza che si realizzasse un sogno.

domenica 2 agosto 2020

#28 Poète maudit

Poète maudit

Lontana ormai risuona
l'eco di luce
della tua parola
che segreta illude –
illude ed innamora.

Del suo esister non c'è segno
che in quel che resta di un sogno
strano
allo schiudersi d'un giorno
livido qual d'inverno.

Tornerà...? Dolce più del tuo silenzio
e molto più che nel ricordo
l'attendo a cancellare
l'ombra e la distanza
della tua inquieta assenza.

Susanna Contadin
17 giugno 2009


La figura misteriosa del titolo attrae con parole che ora vivono solo nel ricordo, assumendo i contorni di un sogno e appesantendo il risveglio in un mattino che non sembra nemmeno d'estate. E intanto continua l'attesa di una nuova parola futura che abbia più effetto di quella passata e della sua assenza nel presente.

sabato 1 agosto 2020

#27 L'incontro

L'incontro

Verso me avanzava
ma subito era
miraggio
che via si portava
quella sua
perfetta idealità,
che come questo giorno
di quasi estate
per me
mai più risplendere potrà.

Susanna Contadin
11 giugno 2009


L'illusione di un incontro ideale se ne va come l'attimo irripetibile dell'estate che inizia.